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BRUNO ALBERGHINI PER TUTTI ERA “AL GIURNALE’R”

By on Febbraio 10, 2026 0 44 Views

Il 10 febbraio del 1992 se ne andò Bruno al giurnalèr, al secolo Bruno Alberghini, uno dei caratteristici personaggi della nostra città.

Una nuova ed affascinante storia che ci racconta il nostro Andrea Gilli…Bruno al Giurnalèr era nato a Cento il 24 ottobre 1925. Bambino particolare, taciturno, un po’ scontroso coi suoi stessi fratelli, visse l’infanzia nel ghetto ebraico, dove la madre lavorava come domestica per due vecchie sorelle figlie dell’ultimo schammash, l’aiutante del Rabbino, le signorine Finzi, ebbe così modo di conoscere da vicino le tradizioni ebraiche e pare che, pur essendo battezzato, ne percepì un profondo senso di appartenenza.

Sul finire del 1944 subì la deportazione, ufficialmente per la sua appartenenza all’ebraismo (anche se ebreo non lo era) ma alcune fonti indicano come causa la sua omosessualità.

A guerra conclusa, la Croce Rossa, informò i familiari che Bruno era stato localizzato a Bolzano: ricoverato come reduce dei campi di prigionia tedeschi.

La sorella Adele affrontò con mezzi di fortuna un duro viaggio per raggiungerlo ma, al suo arrivo, trovò l’ombra di un uomo: trenta chili di sofferenza e ferite profonde, che solo la dedizione incrollabile del primario dell’Ospedale della Santissima Annunziata di Cento sarebbe riuscito, negli anni, a rimarginare.

L’AMATA EDICOLA DI FAMIGLIA

Non è precisato l’anno in cui la famiglia Alberghini rilevò l’edicola, inizialmente gestita dall’ex postino Giovan Battista Menegardi, situata nella piazzetta San Rocco ma è storia che Bruno, negli anni ’60, gestisse una sua edicola in corso Guercino, di fronte alla Scuola Media quando questa aveva la sua sede nell’ex seminario clementino, con il fratello Elio e la sorella Adele. Agli inizi degli anni ’70 trasferì l’attività in via Matteotti in un immobile della cassa di risparmio di Cento. Dopo la sua scomparsa, fu il fratello Elio a guidare l’impresa fino a metà anni ’90 cedendola poi ai Piccaglia.

IL PERSONAGGIO

Bruno era un’icona del panorama centese, quasi una forza della natura. In negozio lo vedevi sempre col suo grembiule nero con grandi tasche nelle quali affondava compiaciuto le mani facendo tintinnare gioiosamente pugni di monete. Col sorriso sempre stampato in faccia aveva una parola per tutti non sempre “giusta” però…. spesso aveva anche tante parolacce per tutti, e nessuno sfuggiva ai suoi commenti. Sua la frase celebre….”barbazàgn dal lunedé”.

Ogni mattina, era lui a dare la sveglia alla città. In sella alla sua bicicletta attrezzata con grandi ceste, consegnava, accompagnato da un fischio instancabile, i giornali a domicilio; sole, pioggia, neve, non sbagliava un giorno.

La cronaca richiede di non dimenticare un episodio che lo vide protagonista in negativo: quella macchia indelebile sulla sua biografia di quando, insieme a un complice, approfittò crudelmente dell’ingenuità del povero Vittorio detto “il Cocco”…

Uno scritto riporta che nel 1943, ormai adulto, Bruno decise di salvare le reliquie del vecchio ghetto; con l’aiuto di un amico sellaio che aveva bottega sotto il portico del ghetto, prelevò dalla sinagoga tutto ciò che era prezioso e asportabile, inclusi i Rotoli della Legge, nascondendo poi il tutto nella vicina chiesa di San Pietro su suggerimento dell’anziano prete Don Galletti.

Per tutta la durata della guerra, i due sacchi restarono nascosti sotto l’altare maggiore e vennero restituiti alla Comunità di Ferrara soltanto al termine della medesima.

Tutto questo ha troppe analogie con un analogo salvataggio compiuto a Ferrara.

Il protagonista di questo analogo salvataggio fu l’avvocato Paolo Ravenna (1926-2012), figura centrale della cultura ferrarese e testimone della storia della Comunità Ebraica.

Nel 1943, appena diciassettenne, Paolo Ravenna decise di mettere in salvo gli arredi sacri e i preziosi rotoli della Legge (Sefer Torah) della sinagoga di via Mazzini per sottrarli alla furia devastatrice dei fascisti e alle razzie naziste. L’impresa fu compiuta con l’aiuto del sellaio Ferruccio Pavani, la cui bottega si trovava proprio sotto il portico del ghetto. Gli oggetti furono trasportati segretamente nella vicina Chiesa di San Pietro, in via San Romano; l’anziano rettore della chiesa, Don Pietro Galletti, accolse e protesse il tesoro ebraico suggerendo di nasconderlo proprio sotto l’altare maggiore. I due grandi sacchi contenenti le reliquie rimasero celati lì per tutta la durata del conflitto e furono riconsegnati ufficialmente alla Comunità Ebraica di Ferrara solo dopo la Liberazione.

Questo atto di coraggio ha permesso a gran parte del patrimonio storico-religioso del ghetto di Ferrara di giungere intatto fino ai giorni nostri, dove molti di questi arredi sono oggi esposti o conservati presso il Museo Ebraico di Ferrara e le sinagoghe di via Mazzini.

Possibili due episodi così uguali?

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