DUEMILA PERSONE PER ARGINARE LA ROTTURA DEL RENO
Le ricerche storiche di Andrea Gilli ci riportano al lontano 1812…Era per la precisione il 19 Novembre quando, alle sei e mezzo di mattina, il fiume Reno, ingrossato dalle piogge scroscianti e continue dei giorni precedenti in particolare della notte precedente, con la sua impetuosa corrente ruppe l’argine sinistro aprendovi una bocca di circa 150 metri di larghezza in distanza di circa 200 metri a monte del Ponte Vecchio; a scongiura del ripetersi della storia la ricordiamo per sommi capi.
L’impetuosa corrente irrompè quasi direttamente verso porta Pieve, prese il corso per via Grande sino alla chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco, passò per la chiesa di S. Pietro, sino alla chiesa di S. Giacomo e voltando in giù dietro alle mura fino a porta Molina. Qui non potendo la suddetta porta sgombrare tutto quel gran corso d’acqua, la medesima retrocesse indietro dilatandosi sino alla Locanda denominata S. Marco e, per dietro alle mura, sino alla chiesa del Rosario e di S. Agostino; i centesi riuscirono ad arginare l’ingresso dell’acqua intercettando, sia pure parzialmente, l’ondata chiudendo porta Pieve, innalzando un arginello per di dentro con fasci di canapa e sacchi pieni di terra e grazie a questo il livello delle acque in città non raggiunse quote elevate, tutto sommato il sistema delle Porte-fosse circondarie-paratori salvaguardò abbastanza bene l’abitato, ma la città si trovò tutta circondata dall’acqua.
Le rotte erano un vero disastro per le campagne che si sterilivano sotto uno spesso strato di sabbia con relativa cancellazione dei raccolti, ma anche per l’abitato con problemi inversi: per evitare l’allagamento del centro urbano per sifonatura esterno-interno si chiudevano le bocche dei condotti fognari che scaricavano nelle fosse con tutti gli inconvenienti immaginabili.
Il Dipartimento del Reno, residente in Bologna, spedì a Cento un ingegnere o perito, tal cavaliere Giusti, il quale, facendo lavorare 2.000 (duemila persone) giorno e notte, riuscì a chiudere la rotta per il 16 dicembre ma alle ore nove circa della seguente mattina 17 venne all’ improvviso una piena d’acqua che portò via tutto il lavoro fatto e così nuovamente ritornò l’acqua con gran impeto ad inondare tutta la campagna attorno a Cento, atterrando una parte della muraglia del Cimitero di S. Zenone, il ponte e la facciata di fuori della porta Chiusa.
Immediatamente arrivò a Cento un altro ingegnere, il cavaliere Antonio Assalini, che, con l’impiego della medesima gente, riuscì, per il 22 gennaio del 1813, a chiudere definitivamente la suddetta bocca con un alto e grosso argine. Questa sua impresa è ricordata con una lapide (visibile ancora oggi) murata all’ interno di Porta Pieve.
La porta Pieve soffrì grossi danni dalla rotta, il fornice dovette essere rifatto e i muri, malmessi, dovettero essere rinforzati con grosse “catene” di ferro. Durante i lavori di rinforzo alla Porta si scoprirono grandi muri interrati: erano probabilmente pertinenti all’antica lunetta. I problemi che dovette affrontare il podestà Dondini furono enormi e si dovette fare ricorso a dure misure fiscali. Si progettò anche la costruzione di un argine permanente davanti alla Porta, che non venne poi attuata per non tagliare l’asse stradale sulla direttrice Cento-Pieve. A questa rotta fecero seguito tempi assai grami per via dei carichi fiscali necessari a coprire i mutui accesi per ripristinare in qualche modo lo sconvolto territorio comunale e di conseguenza si arrivò, al solito, alla fame fra il popolo e, dulcis in fundo, ci furono problemi politici e militari connessi alla caduta del Regno italico parte dell’Impero napoleonico, di cui eravamo una componente importante.
La porta Pieve, molto mal ridotta nei muri e anche nel tetto, (come lamentato in un’ode di Clementina Majocchi, sorella di Jolanda, nel 1898), resistette fino al 1911, quando il Comune, aiutato dallo Stato, la restaurò completamente, con l’opera del capomastro A. Franceschelli e di tre aiutanti, sotto la sorveglianza del prof. Giuseppe Costa. Nel corso di questo ciclo di lavori vennero demoliti, oltre alle tarde superfetazioni edilizie anche i paratori (o argini circondari) che avevano ben protetto durante i secoli l’abitato dai nemici soliti (soldati e acque). Fu in quella occasione che venne posto sul frontale dalla Porta lo stemma comunale , il bassorilievo in cemento tuttora presente.
In foto Porta Pieve, cartolina anni ’60 e lapide murata all’ interno di Porta Pieve che ricorda l’impresa del cavaliere Antonio Assalini nel chiudere la bocca di rotta
