IL CARNEVALE DI CENTO: CINQUE DOMENICHE D’AMORE
è in edicola e nei principali luoghi di ritrovo di Cento, Pieve, Argile, Persiceto, Decima, Terre del Reno L’ACCENTO NUMERO 1 DEL 2026!
in questo numero, a pagina 12 troverete…
Cinque domeniche che per un vero centese sono sacre, inviolabili, scolpite nell’agenda con un anno di anticipo. Niente matrimoni, niente viaggi, niente impegni che tengano. Il Carnevale di Cento chiama e il centese risponde, puntuale. Ma perché? Perché un centese non si incuriosisce per Viareggio, per Venezia, per quegli altri carnevali celebrati in tutto il mondo? Perché quelle cinque domeniche rappresentano un rito irrinunciabile, un appuntamento con qualcosa che va ben oltre la festa? La domanda è semplice, la risposta invece è stratificata, complessa, fatta di mille sfumature. Una risposta che, se dovessimo sintetizzarla in una sola parola, sarebbe: amore.
Certo, i carri sono maestosi, le coreografie splendide, gli spettacoli sul palco hanno il loro perché. Ma chi vive il Carnevale di Cento dall’interno sa che non è per questo che si torna, anno dopo anno, Domenica dopo Domenica. Non sono i giganti di cartapesta più alti o la maschera più elaborata. Ci si va per la gente. Per quell’inspiegabile magia che trasforma le strade di Cento in un palcoscenico dove tutti, ma proprio tutti, diventano parte dello stesso spettacolo. Quelle persone che in qualsiasi altro giorno dell’anno incroceresti con uno sguardo fugace per strada, improvvisamente diventano amici fraterni, complici di una gioia collettiva che abbatte ogni barriera. I giovani ci vanno per ballare, per quella carica di energia che parte dalla Rocca e arriva fino al Flemming, con la tappa finale obbligatoria: la piadina. Quel rito di fine serata che chiude ogni domenica di Carnevale con il sapore caldo della convivialità. I grandi ci vanno per la gioia dei bimbi, per vedere quegli occhi spalancarsi davanti ai giganti colorati, per sentirsi ancora parte di qualcosa che non invecchia mai. E i bambini stessi rimangono rapiti da tutto il contesto, da quell’atmosfera sospesa dove tutto sembra possibile. Gli anziani invece hanno già dato, forse sono pieni. Hanno visto crescere generazioni di carri, hanno ballato sotto mille coriandoli, hanno riso dentro mille maschere. Ma nel loro sguardo, anche quando stanno a guardare dalla finestra, c’è ancora quella luce: il ricordo di quando anche loro erano parte integrante di questa follia collettiva.
Tanti vengono per la meraviglia che il Carnevale centese sa offrire, per lo spettacolo visivo, per l’evento. Ma i veri centesi, quelli che vivono il Carnevale nel midollo, ci vanno per l’unione e la comunità. È l’unione di lavorare per un anno intero dentro un’associazione carnevalesca, con le mani sporche di colla e carta, la schiena curva sui telai, le notti insonni a dare forma ai maestosi giganti. È quell’unione dove c’è il veterano che insegna, che bullizza bonariamente, che scherza la matricola mentre le passa i segreti del mestiere. È quell’unione che ti fa sentire parte di qualcosa di più grande: parte di Cento, della sua storia, della sua identità.
Non è folklore, non è tradizione nel senso turistico del termine. È un modo di essere, un codice genetico culturale che si tramanda di generazione in generazione. L’amore per la “balotta”, per le cose semplici, per quella dimensione umana che il Carnevale di Cento riesce ancora a preservare: ecco cosa tiene incollato il centese a quelle cinque domeniche.
In un mondo che corre veloce, dove tutto è spettacolarizzato e commercializzato, il Carnevale di Cento rimane un’isola di autenticità. Non è perché gli altri carnevali non siano belli o importanti. È semplicemente perché questo è nostro, nel senso più profondo del termine. È il nostro modo di stare insieme, di riconoscerci, di dirci che siamo ancora qui, ancora uniti, ancora capaci di creare qualcosa di bello insieme.
Teniamocela stretta, questa grandezza. Teniamoci strette queste cinque domeniche che sono molto più di una festa. Sono il collante di una comunità, il momento in cui Cento si ritrova e si riconosce, il periodo dell’anno in cui l’identità cittadina si manifesta in tutta la sua forza. Perché questa grandezza, questo senso di appartenenza, questa capacità di fare comunità attraverso la bellezza e la creatività: questa non ce la toglierà mai nessuno. Finché ci saranno centesi disposti a sporcarsi le mani di cartapesta, a sacrificare domeniche e serate per costruire quei giganti colorati, finché ci saranno persone che scelgono di non mettere fuori il naso per cinque domeniche consecutive perché “c’è il Carnevale”, allora Cento sarà viva. E il suo Carnevale continuerà a essere quello che è sempre stato: non uno spettacolo da guardare, ma un’esperienza da vivere. Non un evento da fotografare, ma un’emozione da condividere. Non una tradizione da preservare come reliquia, ma un amore da alimentare, domenica dopo domenica, anno dopo anno.
