LETTERA D’AMORE PER IL NOSTRO OSPEDALE
Caro Santissima Annunziata
” Scrivo questa lettera con gli occhi lucidi e il cuore gonfio di gratitudine. Mia madre se n’è andata da poco, e tra le mille cose che porto con me di questi anni difficili, c’è qualcosa che sento il bisogno di dire ad alta voce.
Sono un centese doc. Ho vissuto questa città tutta la vita, e negli ultimi anni ho avuto il privilegio — perché tale lo considero, nonostante tutto — di accompagnare mia madre nel suo percorso di cura all’Ospedale di Cento. Un percorso fatto di decine e decine di andirivieni: dal pronto soccorso ai reparti, per pochi giorni o per settimane intere, tra infezioni ricorrenti e ritorni a casa che ogni volta sembravano piccoli miracoli.
Mia madre era una professoressa di lettere, latino e greco. Una donna abituata alle parole belle, alle parole giuste. Scriveva fino agli ultimi giorni. Ecco perché sento che questa lettera, in fondo, l’avrebbe scritta lei — e la scrivo io, per lei, sapendo quanto le avrebbe fatto piacere.
Quello che ho visto in quell’ospedale non è scontato. Non è ovunque. C’è un’umanità, una signorilità, un calore che non si improvvisano e non si comprano. E c’è una competenza medica di vera eccellenza, fatta di professionisti che non lasciano nulla al caso. Ma è l’insieme — ogni persona, a ogni livello — che fa la differenza. Gli operatori del 118 che arrivavano puntuali e rassicuranti. Il personale del pronto soccorso, capace di mettere a proprio agio anche nei momenti più difficili. Le infermiere, gli OSS, chi lavora dietro le quinte e forma quella rete silenziosa e preziosa senza cui nulla funzionerebbe. E i medici dei reparti, che con mia madre avevano costruito un rapporto vero: la conoscevano per nome, conoscevano la sua storia, le facevano domande, scherzavano con lei. E lei — questa anziana signora elegante e tenace — dava del tu a tutti, con quella naturalezza che solo chi si sente a casa può avere.
L’Ospedale di Cento è stato per noi, in questi anni, una seconda casa. E come tutte le case vere, aveva un’anima.
Io questo lo voglio urlare, con rispetto e con orgoglio: noi centesi abbiamo qualcosa di prezioso. Un ospedale di vicinato, come amo chiamarlo. Un luogo dove si è persone, non numeri. Dove il medico ti conosce, l’infermiera ti chiama per nome, e anche chi lavora dietro le quinte contribuisce a creare un’atmosfera di cura nel senso più pieno della parola.
Questa eccellenza ce la siamo sudata. E va preservata, difesa, sostenuta — da tutti: istituzioni, cittadini, chiunque abbia voce in capitolo. Perché diventeremo tutti anziani. Perché avremo tutti bisogno, prima o poi, di un sorriso vicino, di una mano competente, di qualcuno che ci conosce davvero.
Grazie, di cuore, a tutto il personale dell’Ospedale di Cento. Grazie a nome mio. E grazie, soprattutto, a nome di mia madre — che ve lo avrebbe detto lei, con le sue parole bellissime, se avesse ancora potuto.
Alberto Fava
Caregiver, figlio orgoglioso, Centese
