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LA QUARANTENA AI TEMPI DEL GUERCINO

By on aprile 6, 2020 0 152 Views
In queste giornate in cui tutti noi siamo chiamati a restare in casa per evitare il contagio da corona-virus che purtroppo sta facendo migliaia di vittime in tutto il mondo, ecco che il web e i social ci consentono di trovare forme alternative per lavorare, per comunicare con i parenti e gli amici, e per vedere film e serie tv.
C’è anche chi si è divertito a creare video e fotomontaggi davvero divertenti per sdrammatizzare la situazione e portare un po’ di allegria all’interno delle nostre abitazioni. Ed è proprio da un fotomontaggio che abbiamo trovato lo spunto per questa ricerca: e se anche il famoso pittore Giovanni Francesco Barbieri, meglio noto come il Guercino, avesse dovuto affrontare un periodo buio come questo?
 
Facendo un salto indietro nel tempo, notiamo come all’inizio del 1600, il Nord Italia dovette fare i conti con l’epidemia della peste, che fu mortale per milioni di persone. Una strage, seppur poca cosa rispetto ai numeri della Peste Nera che a metà del Trecento mieté in Europa quasi duecento milioni di vite, o alla più recente ed egualmente letale influenza «Spagnola», che sul finire della prima guerra mondiale, nel giro di pochi mesi, uccise nel mondo tra i quaranta e i cinquanta milioni di persone, di ogni sesso ed età.
 
«I paesi invasi dalla pestilenza vennero percossi d’alto ed estremo terrore. Non solo la vicinanza e l’alito d’un infermo, ma il tocco di ciò che fu suo, di ciò che da lui venne tocco, appiccava il morbo».
 
«I cittadini si schivavano a vicenda, il vicino abbandonava il vicino; e gli stessi congiunti, se pur facevansi visita, squadravansi fra loro sospettosi, e tenevansi in distanza reciprocamente»
 
«Talora il fratello abbandonare il fratello, lo zio il nipote, la moglie il marito, e talor persino padri e madri rifuggire alla vista de’ figliuoli fatti preda del morbo»
 
Sembra di leggere le recensioni apparse sui quotidiani di questi giorni, in piena emergenza Corona-virus, eppure, è con quelle precise parole che Salvatore Muzzi narrava negli Annali della Città di Bologna come andarono davvero le cose a Bologna nel 1630, anno di quella terribile pestilenza ricordata anche dal Manzoni che, tra il 1629 e il 1633, flagellò non solo Bologna, ma anche «la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte della Romagna».
 
All’epoca tutti i pittori di una certa fama sopravvissero senza danno. La scampò, tra i primi, il divino Guido Reni, che all’epoca non era più un ragazzino, avendo 55 anni. La scampò anche il Guercino, che possiamo immaginare rinchiuso nella sua casa a Cento, quasi quarantenne, con i suoi familiari e proprio in queste giornate, mentre altri si preoccupavano di salvare la pelle, lui assieme al fratello pensò bene di cominciare a tenere nota dei suoi lavori, in quello che poi sarà noto come il Libro dei conti.
 
Solo Guido Reni, ai piedi della sua grande tela Pala della Peste (olio su tela, 1630, Pinacoteca Nazionale di Bologna), mostra il profilo tetro della sua città turrita vista da lontano: oltre la cinta di mura, da una porticina secondaria appena socchiusa, si dipartono due file di persone. A sinistra se ne esce un carro trainato da due coppie di cavalli; dalla parte opposta si allontanano due coppie di barellieri con relative lettighe.
 
Quella lugubre scena, minimo dettaglio, quasi monocromo, che l’occhio appena percepisce sotto il peso delle figure colorate dei santi, spiega più di qualsiasi pagina stampata.
 
Ecco che, mai come oggi, notiamo come la storia si ripeta, seppur con tempi e modalità differenti rispetto al passato, e proprio questo ci deve fare riflettere su come le nostre abitudini possano cambiare il mondo e su come a volte sia proprio il mondo a cambiare le nostre abitudini.
 
Quando finalmente potremmo uscire dalle nostre case e tornare a vivere i nostri centri storici, ricordiamoci che, passando davanti alla statua del Guercino situata nell’omonima piazza, tutti potremmo dire di avere qualcosa in comune con lui.
articolo di Luca Manservisi
 
 
 
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